Il Narcisista, il suo Harem e le sue ex Ridurre

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Narcisista e il partner: la danza degli schemi Ridurre

Articolo di Annalisa Barbier

Mag 18th, 2017

PREMESSA:

Userò il maschile molto spesso in questo articolo riferendomi al narcisista, per questioni meramente pratiche. Infatti, sebbene le statistiche mostrino una prevalenza di questo disturbo di circa il 70-80% a carico della popolazione maschile, è possibile riconoscerne una fetta anche all’nterno della popolazione femminile!

Senza entrare nel merito di ogni singolo schema per descriverne origine, caratteristiche e modalità di manifestazione, ci limitiamo in questa sede a individuare quali sono gli schemi tipici dei narcisisti e quelli che essi sono in grado di ATTIVARE nell’altro (W.T. Behary, “Disarmare il narcisista”).

Tipici schemi del narcisista

DEPRIVAZIONE EMOTIVA. “nessuno potrà amarmi per ciò che sono davvero” dice il narcisista, ergo “non devo avere bisogno di nessuno” (stile di coping si ipercompensazione). Freddezza, distacco emotivo;

INADEGUATEZZA/VERGOGNA. Ad un livello profondo ed inconsapevole, si sente non amabile e si vergogna di sé. Tale sensazione viene mantenuta al di fuori della coscienza anche attraverso attività autoconsolatorie compulsive (troppo lavoro, sport, ecc…) e provoca il continuo bisogno di conferme del proprio valore eccezionale, di ammirazione e approvazione per il suo essere speciale;

SFIDUCIA/ABUSO. Crede che gli altri siano gentili con lui per ottenere qualcosa; è scettico e diffidente sulle motivazioni altrui e mantiene le distanze;

AUTOCONTROLLO INSUFFICIENTE. Rifiuta limiti e regole, che si applicano solo agli altri. Non tollera la frustrazione di non ottenere subito ciò che vuole;

PRETESE/GRANDIOSITA’. È lo schema tipico del narcisista. Ha bisogni grandiosi, si sente speciale e unico, vuole essere trattato di conseguenza con riguardi speciali. Ha sogni grandiosi e si sente superiore: tutto questo serve anche a “consolare” la strisciante e inconsapevole sensazione di non amabilità e inadeguatezza.

RICERCA DI APPROVAZIONE. Anche in questo caso lo schema cerca di soddisfare il bisogno di approvazione legato alla sensazione di non amabilità e inadeguatezza che viene mantenuta, per la maggior parte del tempo, fuori dalla coscienza. L’approvazione è il carburante necessario a tenere in movimento il meccanismo della perfezione/specialità. È un’ipercompensazione del profondo senso di solitudine e inadeguatezza;

STANDARD SEVERI. La spontaneità e il lasciarsi andare rappresentano una minaccia per il senso di inadeguatezza e non amabilità sottostante, perché potrebbero lasciar affiorare il vero Sé tenuto ben nascosto: perciò si deve sempre dar da fare per raggiungere la perfezione. Tenersi sempre impegnato per fare qualcosa…

Schemi innescati nel partner

DEPRIVAZIONE EMOTIVA. Convinti di non poter essere amati davvero da nessuno, queste persone trovano nel narcisista il “compagno di schema” perfetto per rimettere in piedi le antiche scene: si sentono tristi, soli e non amati ma è tutto ok. SI tratta di qualcosa di familiare;

SFIDUCIA/ABUSO. Gli abusi e il comportamento profittatore del narcisista rievocano vecchi ricordi e scene del passato: ci si sente come se di dovessero comunque sopportare, come si ha sempre fatto, fatto e che nulla cambierà. È familiare anche questo;

ABBANDONO. Tanta è la paura di restare da soli che si vorrà sopportare di tutto dal narcisista pur di non essere lasciati;

INIBIZIONE EMOTIVA. Si tengono le proprie emozioni ben nascoste e controllate per non disturbare, per non essere inopportuni. Il narcisista si abbandona a insopportabili sfuriate, con la stessa naturalezza con la quale chi ha questo schema resta silenzioso e attonito a sopportare;

AUTOSACRIFICIO. “Non devo chiedere nulla per me”, “devo preoccuparmi prima degli altri” dice lo schema. E il narcisista renderà questo atteggiamento ancora più radicato richiedendo attenzioni, sacrifici e premure solo per sé come un diritto acquisito;

SOTTOMISSIONE. Chi ha questo schema attivo, ha difficoltà a far valere i propri bisogni e desideri; il narcisista, con i suoi atteggiamenti minacciosi e intimidatori renderà ancora più difficile esprimere rabbia e disappunto.

INADEGUATEZZA/VERGOGNA. Quando è attivo, questo schema provoca sensazioni di inadeguatezza e non amabilità; ci si sente dunque in dovere di fare ciò che l’altro si aspetta, di mettersi sempre in discussione, di sentirsi in colpa per ciò che non funziona…

STANDARD SEVERI. Figlio dell’inadeguatezza. Quando questo schema è attivo, si cerca di diventare sempre più tenacemente il partner/figlio/amico/collega perfetto facendo sforzi enormi, rinunciando a ciò che si sente nel profondo e tentando di vivere secondo gli standard degli altri.

Similia similibus

Osservando gli schemi del narcisista e del partner del narcisista, emergono alcune similitudini: entrambi infatti condividono alcuni schemi disfunzionali.

Si tratta degli schemi di: Inadeguatezza/Vergogna, Deprivazione Emotiva, Sfiducia/Abuso e Standard Severi, schemi che originano dalle precoci esperienze di deprivazione di cure amorevoli, accoglimento, protezione e rispetto, riconoscimento e amore incondizionato. Solo che essi reagiscono al dolore in maniera diversa:

il narcisista IPERCOMPENSA attraverso la creazione di un GRANDIOSO SENSO DI SÉ e di una barriera di DISTACCO DALLE EMOZIONI (“devo essere assolutamente indipendente, attento a non farmi fregare, distaccato, capace di cavarmela da solo, devo essere il migliore di tutti”) il partner tipico del narcisista ha un atteggiamento diverso di reagire agli schemi disfunzionali: la RESA. Si arrende al senso di inadeguatezza e di non amabilità, si arrende alla convinzione che presto verrà abbandonato, si arrende alla voce interna che gli dice “devi fare di tutto per renderti amabile, devi tollerare tutto dall’altro o ti lascerà, non sei abbastanza in gamba, devi mettere da parte le tue necessità, devi fare di più…”

Queste similitudini di fondo tuttavia, si esprimono con atteggiamenti complementari nel narcisista e nel partner, dando vita ad una sorta di “danza degli schemi” potenzialmente infinita e decisamente dolorosa, all’interno della quale ogni passo dell’uno fa eco al passo complementare dell’altro in una spirale di insoddisfazione e sofferenza crescenti.

È quindi molto importante conoscere e riconoscere i propri schemi disfunzionali, imparando a capire:

1) QUANDO SI ATTIVA UNO SPECIFICO SCHEMA

2) QUALI SEGNALI INDICANO CHE SI È ATTIVATO: potrebbero essere sensazioni fisiche in particolari parti del corpo come lo stomaco, il petto o la gola…

3) QUALI EMOZIONI E STATI D’ANIMO SI ASSOCIANO AD ESSO: tristezza, paura e ansia, inquietudine, rancore e rabbia, preoccupazione ecc…

4) QUALI RICORDI CI RIEVOCA DAL PASSATO: immagini di episodi dell’infanzia, ricordi di cose accadute molto tempo fa…

5) QUALI COMPORTAMENTI CI SPINGE A METTERE IN ATTO: sottomissione e tolleranza eccesiva, eccessiva dedizione e trascuratezza delle proprie necessità e ragioni, fare di tutto per trattenere l’altro…

6) QUALI CONSEGUENZE SI OTTENGONO CON TALI COMPORTAMENTI: ci accorgeremmo probabilmente che si tratta di comportamenti che non fanno che ripetere sempre la stesa spirale di sofferenza

Una volta comprese queste fasi, è possibile introdurre qualche piccolo e graduale cambiamento a due livelli:

Modificando e mettendo in discussione le convinzioni distorte che sono alla base dello schema disfunzionale;

Modificando i comportamenti che si era soliti attuare, sostituendoli con azioni più sagge, libere e salutari;

Lavorando sulle emozioni legate a specifici ricordi

Se è possibile imparare a fare questo lavoro su di Sé anche autonomamente, è certamente preferibile chiedere il supporto di un professionista che sia in grado di seguire questo processo con amore e preparazione e che sia soprattutto in grado di trasmettere quell’accoglimento amorevole, qual accettazione incondizionata e quel senso di “base sicura” che sono venute a mancare nelle prime importanti fasi della vita emotiva.

Il 23 maggio del 1992 la strage di Capaci, il 19 luglio l’uccisione di Paolo Borsellino.

mag 23

Scritto da:
mercoledì 23 maggio 2012  link Rss

L’uomo e il rispetto delle regole: Qual è il meccanismo?

Paolo Borsellino sosteneva in un seminario sulla legalità in un liceo:

“L’uomo rispetta le norme non perché esse siano scritte da qualche parte, ma perché sente dentro di sé di doverle rispettare; quando non sente il bisogno e la necessità di rispettarle egli le trasgredisce, ma solo perché sente che l’autorità (lo Stato) che dovrebbe premiarlo e sostenere i suoi bisogni è assente o non si occupa di lui”.


Il giudice sosteneva questa teoria per spiegare le ragioni del fenomeno mafioso, e della non risolutiva efficacia da parte della giustizia, la cui azione coercitiva e sanzionatoria non bastava – secondo lui – a debellare il fenomeno, poiché, in realtà, il carcere e il sistema giudiziario non sono sufficienti a debellare le ragioni che vi sono alla base.

Il rispetto delle norme – siano esse giudiziarie, religiose, culturali – passano tutte attraverso il sistema di codifica dell’individuo, della sua soggettività e sensibilità, in ordine alla questione che l’individuo tende a mantenere il rispetto del sistema normativo, il quale, spesso viene vissuto come imposto e privo di una spiegazione logica razionale; soltanto se questo gli permetta di soddisfare i propri bisogni naturali e soggettivamente percepiti.

In realtà, il fatto che l’individuo – relativamente ai contesti in cui interpreta un ruolo – decida di rispettare determinate norme (sociali, giudiziarie, religiose) attiene al fatto che altrimenti – cioè nel caso decida di trasgredirle – non potrebbe soddisfare certi personali bisogni vitali.

Dunque, se l’individuo “obbedisce” alle disposizioni del datore di lavoro, sindaco o capo, non corrisponde al fatto che sia padrone di se stesso e che intenzionalmente abbia deciso di sottostare a quelle disposizioni, perché le ritiene giuste o perché è convinto che debba comportarsi in quel determinato modo, ma perché altrimenti rischierebbe di compromettere la possibilità di soddisfare i propri, e soggettivamente percepiti come tali, bisogni primari. Per esempio, se non si attiene alle direttive del datore di lavoro potrebbe essere licenziato (così che verrebbe meno il bisogno primario del sostentamento), oppure, se non si adegua alle simbolizzazioni e al conformismo del proprio gruppo di appartenenza rischia che il leader lo metta in cattiva luce con gli altri (bisogno di affiliazione).

L’individuo, infine, tenta di ovviare a questo difetto immettendo – e in maniera quasi del tutto inconsapevole – il proprio sé e la propria responsabilità individuale in un “capo” (reale o ideologico), un leader con il quale si identifica e che lo porta a pensare e agire proprio come penserebbe e agirebbe lui in determinate situazioni proprio perché viene percepito come figura di riferimento.

Questo è il rischio più grande che può causare la frammentazione e l’indebolimento dell’identità individuale.

Dunque, la riflessione sull’ubbidienza all’autorità, ci conduce a ragionare sul particolare momento storico in cui viviamo, dove la disubbidienza e il ribellarsi a norme e regole etiche, in passato condivise, imperversa e appare legittimato socialmente. Effettivamente, ubbidire è un aspetto di per sé ambiguo. Coloro che spesso suscitano ammirazione, sono persone che hanno saputo trasgredire le regole, porsi ai margini, disubbidire per portare fino in fondo un concetto non facilmente assimilabile dalla massa.

Molti osservatori contemporanei, però, ritengono che una società moderna in grado di regolare i rapporti tra gli individui in modo positivo, debba fondarsi non tanto sui criteri di cieca ubbidienza – tipico delle società non democratiche - ma sui criteri di responsabilità.

Ubbidire o disubbidire, quindi, rimanda al concetto dell’individualismo, poiché, è sempre l’individuo che disubbidendo a principi regolatori che ritiene negativi, mostra spirito di iniziativa, coraggio e, dunque, responsabilità.

Sembra ancora lontana, comunque, la possibilità di una società basata su criteri di responsabilità, reciprocità e giustizia. A questo proposito, proprio sulla società Italiana, molti osservatori contemporanei, ritengono che il mal funzionamento non dipenda tanto dalla mancata ubbidienza del cittadino, quanto dal basso grado di responsabilità percepita correlato al paradosso di intendere la legge più come trasgressione e peccato che come frantumazione degli accordi e delle regole che permettono una sana vita in comune.

Erika

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